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Io sono cresciuto con l’idea che “andare a vivere in Brasile“, “mollo tutto e apro un bar in spiaggia” era solo un sogno, un luogo comune… Ma oggi lo è ancora..?? O forse sta diventando una buona idea??
Iniziare dinuovo in un paese fantastico dalla natura quasi incontaminata, festoso e allegro, con donne bellissime e risorse enormi.. Un paese 7 volte più grande dell’Europa e che ancora deve dare dimostrazione delle sue grandi potenzialità..
continua...
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Passione Brasile

In Brasile, colore, vita, arte ti coinvolgeranno a tal punto che una volta di ritorno in italia un piccolo pensiero di mollare tutto (la “saudade”) e trasferirti ti travolgerà… come ha travolto me.. Ma il Brasile non è solo un posto meraviglioso, è anche uno dei 4 paesi emergenti al mondo. E' una terra di grandi opportunità... Europa e stati uniti sono già in crisi... Il futuro è già in Brasile!!
Il secolo del Brasile

Per molte testate del Primo Mondo è l’uomo dell’anno e una delle personalità più influenti del pianeta. El Mundo ha intervistato Inacio Luiz Lula da Silva il primo presidente sindacalista del Brasile.
I brasiliani usavano dire che il loro Paese era “il Paese del futuro”, ma di un futuro lontano… crede che finalmente sia arrivato?
Sono convinto che il XXI secolo sia il secolo del Brasile. Viviamo un momento eccezionale... continua...
Mr. Obama in playback…!

Il Presidente degli Stati Uniti è veramente l'uomo più potente del mondo??. br> O ci sono delle persone che lo manovrano come un pupazzo..?
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Brasile, petrolio contro la povertà
Nazionalizzare il petrolio per sostenere i 60 milioni di poveri del paese. Ma Lula non sembra interessato all’iniziativa popolare che consentirebbe allo stato di riappropriarsi di Petrobras.
La questione petrolifera è tornata recentemente alla ribalta anche in Brasile grazie al lancio di una petizione che intende raccogliere un milione e trecentomila firme per sottoporre a referendum un progetto di legge popolare volto a chiedere la nazionalizzazione del petrolio da parte del governo brasiliano.
La campagna, denominata “O Petróleo tem que ser nosso”, è stata promossa in grande stile all’inizio di maggio sia allo scopo di sensibilizzare la società brasiliana su questo specifico tema sia per permettere allo Stato di tornare padrone a tutti gli effetti di Petrobrás (Petróleo brasileiro S.A.), la compagnia petrolifera che nel 1997 l’allora presidente Fernando Henrique Cardoso scelse di mettere in vendita consentendone l’acquisto delle azioni alle multinazionali tramite la legge 9478/97.
Le realtà sociali e sindacali che hanno promosso la raccolta di firme (citiamo tra gli altri il Fórum contra a privatização do petróleo e gás, la Federação unica dos petroleiros, i sindacati Cut e Conlutas, Sem terra, Movimento do atingidos por barragens e il quotidiano “Brasil de Fato”) auspicano inoltre la creazione di un fondo sociale di investimento derivante dalle ricchezze generate dal sottosuolo brasiliano in progetti di istruzione, sanità, riforma agraria, lavoro e la riduzione dell’utilizzo del petrolio a vantaggio di nuove fonti energetiche, ma la richiesta più forte nei confronti del Congresso nazionale riguarda il ritorno totale della gestione del petrolio nelle mani dello Stato.
La nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi è un tema che da alcuni anni sta assumendo un ruolo preponderante in America latina, si pensi al passaggio sotto il controllo statale della compagnia venezuelana Pdvsa (Petróleos de Venezuela S.A.) e della boliviana Ypfb (Yacimientos petrolíferos fiscales bolivianos) e, al contrario, ai tentativi di privatizzare la messicana Pemex (Petróleos mexicanos). In seguito alle scoperte degli ultimi anni il Brasile si è trasformato nel giro di poco tempo nel detentore della terza maggiore riserva petrolifera del mondo, preceduto soltanto da Arabia Saudita e Canada e, insieme alle riserve possedute da Ecuador, Bolivia e Venezuela ha contributo a rafforzare la posizione sudamericana rispetto alle potenze economiche del nord del mondo.
Non si può parlare di questione petrolifera in Brasile tralasciando la compagnia Petrobrás, un vero e proprio colosso che fa girare l’economia di tutto il paese. In realtà, la campagna “O Petróleo tem que ser nosso” si era già sviluppata negli anni Cinquanta, quando lo scontro tra nazionalisti e sostenitori dell’ingresso del capitale straniero nel paese fu risolto dal decreto del presidente Getúlio Vargas che, tramite la legge 2004 del 3 ottobre 1953, creò Petrobrás sancendone al tempo stesso la statalizzazione.
Petrobrás rimase di proprietà dello stato fino alla legge Cardoso del 1997, ma è stato soltanto dieci anni più tardi, nel 2007, che la questione petrolifera è tornata di attualità in Brasile. La scoperta dei giacimenti petroliferi di Tupi (Baia di Santos, Stato di San Paolo), le cui riserve si calcolano tra gli 8 e i 18 milioni di barili di petrolio, ha di nuovo fatto emergere gli aspetti più controversi della legge 9478/97, che assegna alle imprese estrattrici la proprietà sul petrolio da loro stesse estratto per la soddisfazione di compagnie quali la portoghese Galp, l’inglese Bg (British Gas) e la spagnola Repsol: mentre il mercato petrolifero brasiliano aveva – e ha tuttora – la certezza di essere al pari di Russia, Arabia Saudita, Iran, Kuwait, Qatar e Venezuela, Petrobrás concedeva alle multinazionali la possibilità di sfruttare al meglio un bene di proprietà esclusivamente verde-oro.
Se per Lula le operazioni di esplorazione del sottosuolo e la scoperta di enormi giacimenti mai immaginati hanno rappresentato una sorta di «seconda indipendenza per il Brasile», è altrettanto vero che il paese e la sua popolazione non hanno mai beneficiato appieno di questa risorsa. «E’ necessario che la società brasiliana capisca l’importanza di tutelare le nostre ricchezze», spiegano i promotori della campagna “O Petróleo tem que ser nosso”, aggiungendo che «il paese ha la possibilità di far uscire dalla miseria i suoi 60 milioni di poveri se il petrolio tornerà ad essere interamente in mano statale e sarà colta l’occasione per sfruttare i suoi enormi proventi a scopo sociale».
A questo proposito i sostenitori della campagna hanno redatto un vero e proprio manifesto i cui punti principali chiedono la fine immediata delle aste che sono indette per assegnare lo sfruttamento dei blocchi petroliferi alle varie multinazionali di turno, una sorta di censimento di tutti i giacimenti petroliferi presenti nel paese nei quali le attività di esplorazione, produzione e trasporto siano realizzati da una Petrobrás statale al 100 per cento, misure sociali per le popolazioni abitanti nelle zone in cui si decida di realizzare nuove perforazioni, infine la mobilitazione contro tutte quelle campagne di privatizzazione che di fatto tolgono ricchezze di proprietà dei brasiliani.
E’ soprattutto il problema delle aste dei blocchi petroliferi ad essere al centro della discussione: dalla legge Cardoso del 1997 a fine 2008 ne sono già stati messi all’asta 711, da cui hanno tratto vantaggio ben 72 gruppi economici e compagnie estrattive, tra le quali Repsol e l’anglo-olandese Shell, come ha fatto notare Frei Betto, uno dei maggiori sostenitori della campagna per la nazionalizzazione. Inoltre le aste sono state promosse dall’Agência nacional do petróleo (Anp), ente costituito sempre dallo stesso governo Cardoso e che ha permesso l’acquisto di blocchi petroliferi a prezzi irrisori alle multinazionali.
Il valore del petrolio come bene sociale e come ricchezza da sfruttare per trasformare e sviluppare l’economia brasiliana a vantaggio della classi più povere della società rappresenta il motore principale di una campagna che ha fatto registrare anche la divulgazione di un documentario intitolato inequivocabilmente “O Petróleo tem que ser nosso”, previsto in uscita proprio per il mese di giugno. Il regista, Peter Cordenonsi, ha intervistato attivisti sociali, economisti, sindacalisti, personalità del mondo dello spettacolo e della cultura che hanno scelto di fare da testimonial alla campagna per la nazionalizzazione.
Nel frattempo la mobilitazione per la difesa del petrolio ha già ottenuto un piccolo risultato anche a livello politico. In aprile la Commissão de assuntos econômicos (Cae) del Senato aveva già messo in calendario una riunione sul tema lo scorso 13 maggio, rinviata in seguito a data da destinarsi, mentre è notizia recente la creazione, sempre al Senato, di una commissione parlamentare di inchiesta allo scopo di indagare sull’Agência nacional do petróleo, sospettata di falso in bilancio, irregolarità nella stipula dei contratti di costruzione delle piattaforme petrolifere, frodi nella convocazione delle aste ed altri reati connessi alla cosiddetta «finanza creativa».
Di certo sembra comunque difficile che Inácio Lula o la futura candidata alla presidenza Dilma Rousseff (che fa parte del consiglio di amministrazione di Petrobrás), in caso di vittoria, procedano sulla strada della nazionalizzazione del petrolio. Ad oggi lo stato brasiliano controlla non più del 40 per cento delle azioni di Petrobrás e gli stessi vertici dell’impresa, a partire dal suo presidente José Gabrielli, «si preoccupano più degli speculatori di borsa a New York piuttosto che del loro ruolo di istituzione dello Stato brasiliano», scriveva la rivista “Valor Economico” già nel 2005.
Esempi di questo tipo non mancano, i più recenti riguardano gli investimenti di Petrobrás, tesi ad aumentare i propri utili senza volgere minimamente lo sguardo ai problemi sociali del paese, in Bolivia, Argentina, Ecuador, Uruguay e la rabbia con cui la stessa Petrobrás e il Planalto (la residenza presidenziale brasiliana, ndr) hanno dovuto assistere, impotenti, alla nazionalizzazione delle risorse petrolifere boliviane il primo maggio 2006. Risulta senza dubbio calzante l’analisi di Raúl Zibechi, che qualche anno fa sulla rivista uruguayana “Brecha” prevedeva che fino a quando lo stato brasiliano non avesse recuperato il controllo su Petrobrás, la compagnia avrebbe continuato ad essere utilizzata per l’accaparramento delle risorse naturali più che per l’integrazione continentale o per trovare una via d’uscita di carattere sociale all’estrema povertà in cui vive buona parte della popolazione brasiliana.
Di certo c’è che Petrobrás si è trasformata sempre più in un vero e proprio impero, entrando nella classifica delle prime otto imprese petrolifere del mondo accanto alla russa Gazprom, a PetroChina, a Saudi Aramco (Arabia Saudita), alla National iranian oil company (Nioc) e alle sudamericane Pdvsa e Pemex, tanto da assumere un ruolo predominante sia nel continente latinoamericano sia a livello mondiale e finendo così per indirizzare la politica estera brasiliana. Le stesse attività del Mercosul, di cui il Brasile si è trasformato in autentico leader, sono legate alla produzione, commercializzazione e trasporto verso paesi quali Uruguay, Argentina e Paraguay, dove più consistenti sono gli investimenti di Petrobrás, che al tempo stesso ha consentito a Lula di non sentirsi vincolato nel seguire la politica «bolivariana» di nazionalizzazione degli idrocarburi di cui Bolivia e Venezuela sono i principali sostenitori.
Le intenzioni dei vertici di Petrobrás nel breve periodo non sembrano essere orientate alla nazionalizzazione né tanto meno a un uso sociale della ricchezza petrolifera del Brasile: entro il 2013 si punta a estrarre centomila barili al giorno dai giacimenti di Tupi, mentre la recente scoperta di un nuovo giacimento distante non più di 300 chilometri da Rio de Janeiro, unito agli accordi stipulati tra il governo cubano e quello brasiliano poco prima della Cumbre de las Américas per la ricerca ed estrazione del greggio nelle piattaforme petrolifere cubane, fa pensare sempre più che la compagnia verdeoro cerchi di aumentare i suoi profitti per fare alzare il suo titolo in Borsa e mettere in atto investimenti rilevanti.
Ai promotori della campagna “O Petróleo tem que ser nosso”, che in una lettera a Lula hanno chiesto di impegnarsi per una «Petrobrás al 100 per cento pubblica, trasparente e democratica», i vertici della compagnia brasiliana sembrano rispondere con uno slogan che ribalta lo storico motto del movimento altermondialista «people before profits» nel suo contrario.
Tratto da: http://musibrasil.net/articolo.php?id=2662



















































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