Portare i Giochi in Sudamerica per la prima volta è una vittoria geopolitica prima ancora che sportiva per il presidente. E un ulteriore successo personale a un anno dalla fine del suo ultimo mandato. Rafforza ancor di più l’idea che il Brasile è uno dei paesi attualmente in maggior ascesa negliequilibri geopolitici mondiali.

Nè Chicago, uscita alla prima scrematura, né Tokyo, fuori al secondo scrutinio, né Madrid, sconfitta a un passo dal traguardo. Lo scorso 2 ottobre, il Comitato olimpico internazionale riunito a Copenhagen ha scelto Rio de janeiro come sede dei Giochi olimpici e paralimpici 2016. La cidade maravilhosa ha largamente prevalso sulla capitale spagnola nella terza e decisiva votazione, affermandosi in maniera schiacciante. Insieme a Rio, il Brasile intero centra un obiettivo di fondamentale importanza per il proprio futuro, conquistando una vittoria di natura geopolitica prima che sportiva. Il trionfo danese consolida la posizione del paese nello scacchiere mondiale e conferma la tendenza al riassestamento degli equilibri planetari.
Per Rio era il terzo (e probabilmente ultimo) tentativo di realizzare il proprio sogno a cinque cerchi, dopo il fallimento delle campagne 2004 e 2012. Dalla possibilità di una definitiva disfatta si è passati all’apoteosi. E il Brasile può ora pregustare un fantastico biennio sportivo, visto il ghiotto antipasto dei Campionati mondiali di calcio 2014, che si terranno anch’essi nel país do futebol. A Copenhagen si è assistito innanzitutto a uno scontro tra grandi personalità, scese in campo a sostegno delle quattro candidate. Portare un’Olimpiade in America del sud per la prima volta nella storia rappresenta per il presidente Inácio Lula da Silva un successo personale, una sorta di omaggio al Brasile a un anno dal completamento del suo secondo e ultimo mandato.
È stata una campagna che Lula non ha semplicemente cavalcato ma ha condotto in prima persona, girando il mondo per perorare la causa di Rio. È una sua vittoria di immagine nei confronti di uno sfidante che più ostico, poderoso e ingombrante non si poteva. Ovviamente, il presidente americano Barack Obama, testimonial della capitale dell’Illinois. I media hanno praticamente ignorato Yukio Hatoyama, premier giapponese e José Luis Zapatero, primo ministro spagnolo, alfieri rispettivamente di Tokyo e Madrid, le altre città in lizza.
Tutti prevedevano un testa a testa tra i due personaggi-simbolo di Brasile e Stati Uniti. Due figure antitetiche, due storie opposte, ma anche due facce della stessa medaglia e due baluardi di un progressismo altrove un po’ in ribasso.
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