Archive for the ‘Crisi economica’ Category
La Borsa di San Paolo prima al mondo per crescita
In un momento in cui tutti i paesi registrano una forte crisi le imprese e la borsa Brasiliana sono in forte aumento

(ANSA) – SAN PAOLO, 27 OTT – La Borsa di San Paolo (BM&F Bovespa) ha fatto registrare negli ultimi dodici mesi un rialzo di 121% in real e di 188% in dollari, il piu’ alto al mondo dopo la crisi globale.
L’indice Bovespa era sceso a 29.435 punti il 27 ottobre del 2008, in conseguenza della deflagrazione della crisi globale, ed e’ arrivato oggi a 65.470 punti. Il valore di mercato delle 443 imprese quotate alla Bovespa era di 1,1 miliardi di real (circa 440 milioni di euro), ed e’ arrivato oggi 2,3 miliardi di real.
Delle azioni piu’ forti a San Paolo, l’impresa mineraria MMX e’ salita del 473%, il Banco do Brasil 178%, la Petrobras 115% e la Vale do Rio Doce 111%. Le commodities come petrolio e minerali hanno la parte del leone nella Bovespa: la sola Petrobras rappresenta il 18% del valore totale.
Rispetto al 188% di San Paolo, la Borsa di Bombay e’ salita del 119%, quella di Hong Kong del 105%, quella di Citta’ del Messico 82% e quella di Shangai 81%. La Borsa di Francoforte ha riguadagnato il 53%, Londra il 40%, la Dow Jones il 20% e la Nasdaq il 42%.
Secondo gli osservatori, le ragioni per il boom della Bovespa sono il forte ingresso di capitali stranieri in Brasile, l’architettura macroeconomica dimostratasi molto solida durante la crisi, il parco industriale molto diversificato, risorse naturali tra le maggiori al mondo e un buon livello di servizi.
(ANSA).
Lula all’Onu si scaglia contro le Banche
ll presidente del Brasile intervenendo all’assemblea generale delle Nazioni Unite si scaglia contro le banche e i grandi interessi economici: “Autorità economiche indipendenti si sono accaparrati beni e risorse comuni”
Il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, è intervenuto all’assemblea generale dell’Onu scagliandosi contro i banchieri e le grandi multinazionali che non sono stati in grado di prevedere la crisi economica: “All’inizio di questa crisi dissi che la storia non ci avrebbe mai perdonato se non ci fossimo occupati solo delle conseguenze ma anche delle cause. Questa è la crisi dei grandi dogmi. Le banche si sono autoregolamentate per troppi anni senza alcun controllo da parte delle istituzioni nazionali. Demonizzando le politiche sociali. Sono i leader dei vari Paesi che devono trovare strategie per superare la crisi, non tecnocrati arroganti che non sono stati in grado di prevedere la catastrofe”.
(ASCA) – Roma, 23 set – La crisi finanziaria globale e’ stata pagata dai Paesi piu’ deboli, dai poveri e dagli operai.
Cosi’ Luiz Inacio Lula da Silva, presidente brasiliano, nel suo intervento all’Assemblea Generale dell’Onu.
Lula ha poi detto che ”dodici mesi dopo la crisi stiamo osservando alcuni progressi. Ma ci sono ancora molti dubbi. Nessuno e’ ancora disposto ad affrontare serie distorzioni in uno scenario multilaterale”.
”Il fatto che abbiamo evitato un collasso totale del sistema ha creato certi fenomeni in certi settori. Molti problemi sono stati ignorati. C’e’ stata una forte resistenza all’adozione di alcuni meccanismi per il controllo dei mercati finanziari. I Paesi ricchi rimandano le riforme, come quella del Fondo monetario internazionale della Banca mondiale”, ha spiegato il presidente. ‘Non riusciamo a capire la paralisi del Doha Round, la cui conclusione andrebbe soprattutto a vantaggio dei piu’ poveri”, ha aggiunto. ”Siamo seriamente preoccupati di un ritorno al protezionismo”, ha detto sottolineando che ancora troppo poco ”e’ stato fatto contro i paradisi fiscali”.
Il Brasile non e’ stato seduto, secondo Lula, ‘’siamo stati l’ultimo Paese a finire nella crisi e il primo ad uscirne: non e’ una magia cio’ che abbiamo fatto. Abbiamo mantenuto il nostro sistema finanziario esente dalla speculazione. Ci siamo trasformati da debitori a creditori ma soprattutto abbiamo intensificato le nostre politiche sociali”.
Recessione/ La crisi? Negli Emergenti non si sente. In Italia uno su due è pessimista
Finalmente si dorme! Già perché con la crisi economica, secondo quanto dicono gli esperti delle più importanti organizzazioni internazionali come Ocse e Fondo Monetario Internazionale, ormai alle spalle i consumatori di tutto il mondo possono tornare a fare sonni tranquilli. Secondo la Doxa, infatti, che ha appena reso pubblici i risultati di uno studio del gruppo Win (Worlwide Independent Network Of Market Research), condotto in 22 Paesi del mondo e che ha monitorato la percezione della popolazione rispetto alla crisi economica in corso, almeno uno su due degli intervistati (il 54%) ha sofferto di almeno uno di questi quattro disturbi psicologici (considerati conseguenza diretta della recessione): disturbi del sonno (26%), stati d’ansia (40%), depressione (18%) e stress (40%). E ne hanno risentito maggiormente i cittadini di Giappone, Russia, Libano, Usa e Messico mentre in misura minore la popolazione di Olanda, Austria, Italia, Spagna e Brasile.
Finalmente si dorme! Già perché con la crisi economica, secondo quanto dicono gli esperti delle più importanti organizzazioni internazionali come Ocse e Fondo Monetario Internazionale, ormai alle spalle i consumatori di tutto il mondo possono tornare a fare sonni tranquilli. Secondo la Doxa, infatti, che ha appena reso pubblici i risultati di uno studio del gruppo Win (Worlwide Independent Network Of Market Research), condotto in 22 Paesi del mondo e che ha monitorato la percezione della popolazione rispetto alla crisi economica in corso, almeno uno su due degli intervistati (il 54%) ha sofferto di almeno uno di questi quattro disturbi psicologici (considerati conseguenza diretta della recessione): disturbi del sonno (26%), stati d’ansia (40%), depressione (18%) e stress (40%). E ne hanno risentito maggiormente i cittadini di Giappone, Russia, Libano, Usa e Messico mentre in misura minore la popolazione di Olanda, Austria, Italia, Spagna e Brasile.
La ricerca prende in esame i diversi ambiti economici toccati dalla crisi (reddito personale, mercato immobiliare, stabilità delle banche e del mercato azionario, tagli alle spese, fiducia nei governi) e indaga sugli effetti psicologici da essa prodotti nei cittadini. In generale dalla ricerca emerge che Brasile, Canada e India sono i Paesi che risentono meno della crisi, nei quali il livello di ottimismo è superiore o uguale alla media e anche i tagli alle spese e le conseguenze psicologiche sono più contenuti. I più colpiti sono invece Francia, Giappone, Messico, Argentina e Islanda.
Per quanto riguarda il futuro, dall’indagine risulta che i consumatori stiano lentamente riguadagnando fiducia nelle condizioni finanziarie del proprio Paese e che il livello di pessimismo sia considerevolmente diminuito, rispetto all’indagine precedente svolta nel marzo 2009.
Quasi la metà (45%) degli intervistati ritiene che la situazione economica rimarrà invariata nei prossimi tre mesi, mentre il 19% pensa che migliorerà e il 31% che peggiorerà. E Cresce anche la fiducia nella stabilità e solidità del mercato azionario. Relativamente ai consumi, almeno uno su due (il 54%) dichiarano di aver tagliato le spese (soprattutto per abbigliamento/calzature/accessori e divertimenti).
FOCUS ITALIA. Sintetizzando i risultati dell’indagine Doxa su un campione di circa 1000 intervistati, l’Italia si colloca tra i Paesi in cui il livello di pessimismo è piuttosto alto, con tagli alle spese consistenti. Anche se non ci sono stati grandi effetti sulla salute psicologica della popolazione. Nello specifico dalla ricerca emerge che quasi la metà degli italiani (49%) è convinto che la situazione economica dell’Italia rimarrà invariata nei prossimi tre mesi, mentre il 31% ritiene che peggiorerà. Solo il 17% degli intervistati è ottimista e convinto che le condizioni finanziarie del Paese miglioreranno.
Fonte
G8, Aquila. Lula: “Tutti i Paesi devono partecipare al vertice”
“Con il presidente Lula abbiamo espresso la volontà di fare evolvere il G8″, ha detto ieri notte Nicolas Sarkozy nella conferenza stampa al termine dell’incontro con il presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva a margine del G8 a L’Aquila…
Vi ricordate l’articolo Accordo Militare Brasile Francia
Mi sa che qualcuno si è accorto che il Brasile sta diventando una super potenza..
Ascoltate cosa dice Lula..
“Non credo che il G8 rappresenti più gli interessi del mondo globalizzato…sopratutto adesso che stiamo attraversando una crisi economica in cui i paesi emergenti si presentano con maggiori possibilità…”"
“Non sono io che devo dire come il G8 deve funzionare, ma il gruppo dei Paesi dovrebbe essere molto più ampio”. Lo ha detto il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva a Roma, al termine di una conferenza stampa all’ambasciata brasiliana per presentare la candidatura di Rio de Janeiro ad ospitare le Olimpiadi del 2016, parlando del G8 dell’Aquila. Il presidente brasiliano parteciperà al vertice e incontrerà il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi.
Cosa ne penso io..?
Quello che ho sempre detto.
I “paesi ricchi” non sono più tanto ricchi.. Hanno finito le loro risorse , hanno giocato tutte le loro carte. Ora in un disperato tentativo di salvare il sedere cercanno accordi internazionali e coalizioni.
Mentre i paesi poveri non sono più tanto poveri. Hanno risorse e potenzialità di crescita. Hanno ancora auoto da acquistare, telefonini, tv ecc…
Il futuro è in Brasile..
I paesi del “BRIC” si stanno staccando dalle economie occidentali
Le economie cosiddetto gruppo BRIC — Brasile, Russia, India e Cina — stanno iniziando a mostrare segnali di disaccoppiamento dalle economie di USA ed Europa. In altre parole, il loro andamento inizia ad essere indipendente dall’andamento delle economie “occidentali”: avevamo ad esempio scritto qualche giorno fa delle ragioni “interne” della crescita di produzione in Cina.
In questo senso, è molto significativa la performance dell’indice FTSE EM, che misura la performance dei mercati emergenti, cresciuto di circa il 41% da inizio anno, contro un ben più modesto 7,2% dei paesi sviluppati, misurata dall’indice FTSE All World developed markets (dati da FT.com). Nonostante vada tenuto presente che in precedenza i mercati emergenti avevano sofferto maggiormente la crisi fianziaria, un eventuale disaccoppiamento della loro economia sarebbe molto importante: infatti, la presenza di economie disaccoppiate è un elemento indispensabile per una ripresa economica.
La ragione è molto semplice: in una crisi, si ha un calo della domanda, che causa un calo della produzione, che a sua volta comporta una diminuzione dell’occupazione, portando ad un ulteriore calo della domanda. Tipicamente, nelle crisi “locali”, la spirale negative viene interrotta dalle esportazioni, che sostengono la domanda (e quindi l’occupazione locale). In una crisi globale, però, dove tutti i paesi hanno un andamento economico “accoppiato”, questo meccanismo non si attiva perché anche la domanda esterna si contrae. Tant’è vero che questo aveva fatto ironicamente dire a Paul Krugman che in questo caso “si può uscire dalla crisi solo trovando un altro pianeta su cui esportare…”.
La ripresa di alcune economie emergenti però crea potenzialmente le condizioni perché il meccanismo di “freno” della crisi si attivi. Serve però un cambio di visione strategica, non vedendo più paesi, come Cina e India, paesi da cui importare merce a basso costo, ma servirebbe che diventassero paesi verso i quali riuscire ad esportare. Il che però richiede anche la capacità di proporre prodotti e servizi ad elevato valore aggiunto, che i mercati locali dei paesi emergenti possono trovare conveniente importare, e non certo prodotti che per competere puntano sul prezzo..
Tratto da: http://www.banknoise.com/
Truffa Madoff. In piena crisi finanziaria una truffa da 50 miliardi di dollari.
Crack Madoff: la storia di una truffa che mette in allarme hedge funds e non solo
Nel pieno della crisi economica e finanziaria che ormai imperversa da più di un anno, su Wall Street si è abbattuta un’altra pesante tegola che avrà ripercussioni più o meno significative anche al di fuori dei confini nazionali. La notizia è arrivata venerdì scorso, quando si è appreso dell’arresto di Bernand Madoff, personaggio molto conosciuto da tempo nel mondo finanziario. Il 70enne Madoff ha ricoperto infatti un incarico molto prestigioso a Wall Street, dove è stato presidente del Nasdaq il listino che raccoglie le società tecnologiche, oltre ad essere consulente presso la piazza azionaria americana, tramite la Bernard L. Madoff Investment Securities Llc, da lui fondata negli anni ‘60.

Per Madoff le manette sono scattate venerdì scorso, con l’accusa di aver architettato una frode colossale da 50 miliardi di dollari attraverso un hedge fund ombra. La paternità della truffa in questione tra l’altro non è riconducibile a Madoff che non può essere riconosciuto come l’ideatore della stessa. La tipologia della frode infatti rimanda indietro nel tempo di diversi decenni e precisamente agli inizi del secolo scorso, riportando al nome di un italiano, Carlo Ponzi. Il bancarottiere conosciuto anche come il “maestro di Boston”, negli anni ‘20 ideò il meccanismo della piramide finanziaria nel quale ad evitare le perdite sono solo coloro che si trovano nelle prime posizioni di questa “catena di S. Antonio”. Lo schema adottato è molto semplice e prevede il pagamento degli utili agli azionisti attraverso i versamenti effettuati dagli acquirenti successivi. L’equilibrio però viene meno nel momento in cui le risorse in entrata non riescono più a coprire quelle in uscita, ed è quanto accaduto a Madoff che fino a novembre è stato capace di fare fronte agli impegni presi.
Nelle ultime settimane però sono sorte le prime difficoltà e di fronte all’impossibilità di effettuare alcuni rimborsi, l’ex presidente del Nasdaq si è reso subito conto che la situazione gli stava sfuggendo di mano, a tal punto da non riuscire più a garantire quell’equilibrio che aveva mantenuto in piedi la piramide fino a quel momento.
Il 70enne Madoff, consapevole di non avere più via di uscita, confessa ai suoi due figli di “aver creato un gigantesco complotto Ponzi, dove non c’è assolutamente un dollaro”, per usare le sue parole. Ai figli palesa anche la sua volontà di consegnarsi alle autorità, previa distribuzione ad amici, parenti e familiari, dei 200-300 milioni di dollari rimasti ancora in circolazione. Madoff però non è riuscito a fare il suo ultimo colpo, perché i suoi figli lo hanno preceduto, denunciandolo alle autorità e facendo così scattare l’arresto del padre venerdì scorso.
L’ex presidente del Nasdaq in realtà è stato già rilasciato grazie all’intervento solerte della moglie, che si è preoccupata subito di far ipotecare la residenza di loro proprietà a Manathann, riuscendo così a recuperare i 10 milioni di dollari richiesti per la cauzione.

Anche se fuori dal carcere, i problemi per Madoff sono appena iniziati, perché se le accuse a suo carico saranno accertate, l’ideatore della truffa rischia di scontare fino a 20 anni di galera, oltre al pagamento di una multa da 5 milioni di dollari.
La frode da lui orchestrata infatti, qualora saranno confermate le prime risultanze, con un buco da 50 miliardi di dollari, si prospetta come una delle più grandi della storia finanziaria di Wall Street, superiore anche al fallimento di Enron, con un collasso da 31 miliardi.
Diversi sono i fondi che subiranno perdite ingenti e a pagare per questo crack saranno anche diversi protagonisti della comunità ebraica di New York e alcune organizzazioni istituzionali. Questa volta almeno la truffa non dovrebbe riguardare gli investitori privati, che potrebbero esserne coinvolti solo in minima parte, mentre a tremare sono gli hedge funds, con il rischio di un effetto domino che solo in Europa potrebbe mandare in fumo il 5% degli asset di fondi di fondi hedge.
Il mercato per ora non sembra risentire in alcun modo delle notizie che si susseguono da venerdì scorso, giorno dell’arresto di Mudoff. Soprattutto nel corso della mattinata, numerose banche e istituzioni finanziarie sono impegnate nella diffusione di diversi comunicati, attraverso i quali vengono smentite o confermate le loro esposizioni al fondo Madoff, con l’indicazione precisa delle cifre eventualmente in questione.
In Europa tra le banche esposte, la più a rischio sembra essere la spagnola Santander (Madrid: SAN.MC – notizie) con oltre 2,3 miliardi di euro, insieme ad Hsbc (Londra: HSBA.L – notizie) che, secondo quanto riportato dal Financial Times, potrebbe accusare perdite per oltre 1 miliardi di dollari. Per Royal Bank of Scotland e Natixis (Parigi: FR0000120685 – notizie) si parla invece di una cifra pari a circa 450 milioni di euro, mentre per Bnp Paribas (Parigi: FR0000131104 – notizie) l’indicazione è di 350 milioni di euro.
Intanto in Italia la Consob ha già avviato una serie di accertamenti con l’obiettivo di quantificare l’impatto del crack Madoff che stando ad alcune indiscrezioni potrebbe essere di circa oltre 3 miliardi di euro ma si attendono ancora le conferme ufficiali.

Questa mattina si è appreso che Generali non è esposta in alcun modo dopo, mentre Unicredit (Milano: UCG.MI – notizie) ha reso noto che la sua esposizione è di circa 75 milioni di euro. L’istituto di Piazza Cordusio ha inoltre aggiunto che, relativamente alla sua divisione di asset management Pioneer (Stoccarda: 857040 – notizie) investment, alcuni fondi della sua unita’ dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds. Questi ultimi però non sono presenti in nessun portafoglio dei fondi di fondi hedge di diritto italiano, motivo per cui non c’è alcuna preoccupazione per i clienti italiani, la cui esposizione è pari a zero.
Per Banco Popolare invece la perdita massima sarà di 8 milioni di euro, mentre si sale a massimi 60 milioni per quella relativa ai fondi distribuiti alla clientela istituzionale e privata.
Fonte: http://it.biz.yahoo.com/
Europa e rischio deflazione..
Jean Claude Trichet, il presidente della BCE ha voluto rassicurare tutti: per lui, non ci sono rischi di deflazione. Forse gli serve un paio di occhiali, o forse non dice tutto quello che pensa..
La BCE ha comunque abbassato i tassi d’interesse con meno timidezza del solito. Ma nella conferenza stampa il suo presidente ha tranquillizzato i governi, i cittadini i media e i mercati. Jean Claude Trichet ha negato che si siano segnali di deflazione, ed ha usato un termine soft: disinflazione. Fenomeno che lui valuta positivamente perché ridurrebbe i rischi sui prezzi al consumo nei Paesi industrializzati, grazie al rallentamento delle quotazioni del petrolio e delle materie prime, e potrebbe essere di stimolo alla ripresa della domanda internazionale. Trichet puntualizza che invece la deflazione si avrebbe solo in presenza di una spirale negativa dei prezzi e soprattutto di aspettative di ulteriore discesa degli stessi. Segnali che lui e i banchieri centrali al momento non vedono.
LA DEFLAZIONE – La deflazione, di cui si è già detto più volte, è una bruttissima bestia, pericolosa perché porta alla trappola della liquidità: La gente preferisce tesaurizzare, cioè non immettere nel circuito economico (sotto forma di consumi, o investimenti, ma anche in impieghi “finanziari”) il denaro. E questo succede anche in presenza di tassi d’interesse molto bassi. E siccome i tassi interbancari nominali a breve non possono diventare negativi, la politica monetaria (quella che dovrebbe fare Trichet) diventa inefficace. E la flessione dei prezzi riflette un costo reale del capitale alto, un aumento dell’entità reale del debito nominale che a loro volta causano una riduzione dei consumi e degli investimenti, generando un circolo vizioso nel quale i redditi e l’occupazione si contraggono sempre di più, aggravando la caduta della domanda e dei prezzi.
LA CRISI MERCATI FINANZIARI – Jean Claude Trichet ha fatto dichiarazioni da gran simpaticone, quasi da impagabile personaggio della commedia dell’arte. Ma da lui dipende la politica monetaria europea. E le sue dichiarazioni servono, ovviamente, anche a “tranquillizzare” i mercati. Chissà se crede davvero a quello che dice oppure no. Chissa se lui e i suoi amici banchieri centrali non abbiano bisogno di un paio di ottimi occhiali. Vediamo: nel 2008 sono falliti importanti istituti finanziari, altri sono sopravvissuti solo grazie a enormi piani di salvataggio. I mercati azionari hanno perso di più del 50%, gli spread sui tassi d’interesse sono saliti alle stelle. E’ emersa una grave crisi della liquidità e del credito e molti paesi emergenti si sono rivolti al FMI chiedendo aiuto. Gli USA stanno vivendo una recessione profonda che durerà almenoper 24 mesi oltre la fine del 2009 e che sta già coinvolgendo e interesserà sempre più l’Eurozona, la Gran Bretagna, il Giappone e le altre economie avanzate.
RECESSIONE E DEPRESSIONE – Il rischio di un crollo verticale dell’economia globale è stato forse ridotto dalle misure prese dal G7 e da altre economie per sostenere i propri sistemi finanziari, ma il sistema presenta ancora molte vulnerabilità. Esempi non mancano: la General Motors ha grossi problemi, la Mercedes ha chiuso per un mese gli stabilimenti e (guardando in casa nostra) la Fiat ha deciso di fare altrettanto. Le notizie macroeconomiche sono poco incoraggianti, con la massa dei disoccupati che s’ingrossa negli USA e in Europa. Le relazioni su profitti e utili stimano peggioramenti dappertutto, e questo rischia di aggravare la spinta al ribasso delle quotazioni degli investimenti più rischiosi. Siamo in presenza dello sgonfiarsi violento della più grande bolla del patrimonio e del credito mai vista. E varie istituzioni (Fmi, Ocse, Banca dei regolamenti internazionali) stimano il valore dei prodotti derivati in circolazione da 12 a 20 volte il Pil mondiale. E almeno la metà di questi sono over the counter, cioè trattati in mercati non regolamentati (quindi poco o nulla controllabili). Gli hedge fund e di altri istituti di investimento che operano con una leva alta di rischiosità dovranno vendere le attività finanziarie in mercati a corto di liquidità e in sofferenza: vendite che a loro volta determineranno una ulteriore caduta dei prezzi e altri fallimenti di istituti finanziari: E’ molto probabile quindi che proseguirà a lungo il processo di reintegro dei depositi richiesti per i margini di garanzia. Quindi la stretta creditizia si acuirà.
IL RISCHIO C’E’ E TRICHET LO VEDE – Se questo non è rischio di deflazione, cos’altro serve? Il fallimento di un grande paese a economia avanzata, ad esempio l’Italia, come ha paventato non un cretino qualsiasi, ma il ministro del welfare Sacconi? Certo, tranquillizzare i mercati fa parte del mestiere di un banchiere centrale, ma ad esagerare si rischia di essere poco credibili, o di sembrare distratti. E probabilmente Jean Claude Trichet non è così distratto come vuol farci credere. O forse non ascolta le sue stesse parole. Infatti se si rileggono le sue dichiarazioni, il presidente della BCE, poco dopo la rassicurante frase contro il rischio deflazione, parla apertamente di previsioni di inflazione nell’eurozona attorno all’1-1,5% nel 2009 (rispetto al 3,2-3,4% di quest’anno) e di un’ ulteriore discesa nel 2010. E non esclude a breve ulteriori interventi della BCE sui tassi. Quindi, se non abbiamo capito male la dichiarazione in inglese, Trichet vede un forte calo dei prezzi, che si avvicinano pericolosamente allo zero e con aspettative di ulteriore riduzione. I beg your pardon, Mr Trichet…Ma non aveva detto, dieci righe fa, che non vedeva segnali di deflazione?
di Carlo Cipiciani (Comicomix)
Tratto da http://www.giornalettismo.com/
Banche ed economia, l’inevitabile declino Usa?
Sono circa vent’anni che la banca centrale americana riesce, con notevole efficacia, ad allontanare lo spettro della recessione. Ma qualcosa ultimamente sembra inceppato in questo meraviglioso (e un po’ “demagogico“) meccanismo.

Fed ha avuto nel tempo notevoli meriti, intervenendo massicciamente ad ogni rallentamento e ad ogni crisi, nel 1987 come nel 1990, nel 2000 come nel 2007, ha impedito alle forze di mercato di dire la loro sull’economia, tenendo quella a stelle e strisce in un limbo di bassi rischi, bassa inflazione ed alta crescita, grazie alla fortunosa coincidenza di nuovi mercati, nuove tecnologie, e risparmi esteri.
MA QUALE OTTIMISMO… – Negli ultimi dieci anni qualcosa si è perso: la crescita c’è stata, almeno sulla carta, ma senza l’innovazione tecnologica che sorreggeva il boom negli anni ’90 si è potuta fondare soltanto sul debito, sul consumo e sul rischio. Il non aver voluto che il mercato trovasse il suo equilibrio non ha beneficiato la crescita reale e sostenibile, ma soltanto una crescita finanziaria sconnessa dalla realtà economica sottostante. Ormai sono quasi due anni che il mondo è in crisi finanziaria, e le stime più ottimistiche dicono che se ne uscirà alla fine del 2009, quando non in pieno 2010 (senza un’analisi dettagliata non m’azzarderei a fare una previsione, ma direi che l’ottimismo è fuori luogo). Le aziende si erano indebitate troppo, le banche avevano un eccesso di debiti a breve termine, i consumatori trainavano l’economia indebitandosi, pensando che redditi e occupazione sarebbero rimasti favorevoli in eterno e che potevano consumare la parte di reddito derivante dalla sopravvalutazione speculativa del valore dei loro immobili o delle loro azioni.
QUALCOSA SI È INCEPPATO – Lo stimolo fiscale di inizio 2008 non ha avuto effetto; le banche hanno continuato a soffrire, nonostante massicci aiuti di Stato (non sia mai che paghino ciò che devono! La responsabilità non è di casa nel mondo della politica monetaria); l’economia reale comincia, già da alcuni mesi, a soffrire; le politiche monetarie sono ormai quasi inefficaci, e soltanto miste agli innumerevoli interventi a favore delle banche hanno sortito qualche debole effetto (tanto pagano gli altri); i mercati azionari sono indecisi se tornare ai fondamentali economici o ad obbedire ai diktat delle autorità politiche, che li vorrebbero sempre su, a qualsiasi costo (non sia mai che gli americani si accorgano che i loro piani pensionistici non hanno alcun valore, sarebbe un vero problema sociale: la verità è rivoluzionaria, o perlomeno rivoltosa).
Ma Bernanke (Ben Shalom Bernanke – Augusta, 13 dicembre 1953 -economista statunitense, attuale Presidente del Comitato dei Governatori della Federal Reserve) non si farà spaventare dalla realtà, né permetterà al mercato di trovare un equilibrio stabile: meglio eliminare quel (poco) che rimane del “rule of law” – la ormai mitologica supremazia della legge sull’arbitrio dei singoli funzionari – per cercare il tutto e per tutto. Come un “martingale game”: prima o poi si vince, perché un miracolo accade sempre – pur se raramente – tanto vale quindi (costringere tutti ad) accollarsi un rischio infinito, pur di non ammettere che vent’anni di interventismo monetario da parte della Federal Reserve sono stati un disastro.
DISPERAZIONE
- Se le banche non vogliono prestare perché sono mal ridotte, perché non bypassarle prestando direttamente alle aziende, come fecero in Germania negli anni 30 con i MeFo? Se non basta monetizzare i titoli di stato, perché non monetizzare qualsiasi cosa? Se il mercato monetario rischia di tornare ai fondamentali, perché non drogarlo direttamente? Se le agenzie semipubbliche che hanno distorto per anni i mercati immobiliari, garantendo metà dei mutui esistenti hanno problemi, perché non aiutarle a fare ulteriori danni? Ma se l’ampia collezione di sigle (trovata qui) indicanti la disperazione e la voglia di provare ogni cosa pur di sbarcare il lunario non è (finora) bastata, cosa rimane da fare? Per stimolare gli investimenti e far ripartire l’economia occorre aumentare la quantità di risorse in mano alle aziende per continuare i piani di investimento presenti e cominciarne di nuovi; occorre migliorare la posizione finanziaria di aziende e banche in modo da renderle più robuste e quindi più attive; occorre creare moral hazard in modo da impedire che la percezione del rischio possa ridurre le attività di investimento; è necessario diminuire i consumi, in modo dare evitare di affamare gli investimenti che – anche se ogni tanto sembra che alla Fed pensino il contrario – non si nutrono di moneta, ma di risorse economiche reali (i muri si producono con i mattoni, non con il credito). Mal che vada, è possibile creare inflazione dei prezzi per aumentare i rendimenti reali, magari al rischio di creare un’iperinflazione in stile Weimar.
di Pietro Di Giorgio (Libertyfirst)
Tratto da: http://www.giornalettismo.com/
Italia, Europa, Stati Uniti in Crisi. Cosa succede??
Italia: l’abisso oltre la crisi
La recessione non è più un pericolo. Ora il pericolo è la deflazione. Nessuno si muove, se non con palliativi o misure che serviranno a poco o a nulla. Allora, meglio fare delle riforme strutturali e far ripartire il paese.
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Italia, Europa e Stati Uniti, a rischio deflazione. |
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Che la recessione fosse all’orizzonte non era un mistero già da quest’estate, prima che scoppiasse definitivamente la crisi dei mercati finanziari. Ma ora c’è un rischio ben peggiore all’orizzonte. Quello della deflazione. La deflazione è peggiore dalla recessione. La recessione è una fisiologica caduta di produzione e consumi all’interno del ciclo economico. La deflazione è invece un distruttivo circolo vizioso, che parte da una caduta dei prezzi dei beni capitali (patrimoni, case, titoli) e delle materie prime. La deflazione ha effetti micidiali sul credito e sui consumi, perché tutti preferiscono tenere liquidità anziché acquistare titoli che si svalutano o beni di consumo che si prevede si ridurranno di prezzo. Ma così nessuno presta più denaro, le merci non si vendono, non si fanno investimenti e l’occupazione crolla.
SEGNALI DI DEFLAZIONE
I segnali di deflazione in Italia non mancano. L’Unione europea prevede scenari molto negativi per l’Italia. Il mercato delle auto è crollato, con i suoi inevitabili effetti a cascata su molti settori dell’economia. L’indicatore della Confcommercio sugli acquisti di beni e servizi (Icc) registra una flessione nei primi 9 mesi del 2008 dell’1,9%, con cali generalizzati in tutti i settori economici e il presidente Carlo Sangalli chiede a gran voce riduzioni della pressione fiscale. Le richieste di cassa integrazione crescono in modo esponenziale e tutte le previsioni dicono che, dopo 10 anni di progressi, tornerà a crescere la disoccupazione, soprattutto per effetto delle espulsioni delle categorie deboli (precari e donne in primis). La linea della povertà continua a crescere, anno dopo anno, secondo le elaborazioni dell’istat, penalizzando le famiglie più giovani e il sud. E la politica, che fa?
COSA DICONO I POLITICI ITALIANI
Il nostro ministro dell’Economia si diletta a regolare i conti con il sistema bancario assieme ai furbetti del core tier 1, ma stando a quello che dice, non ha alcuna intenzione di rivedere la Finanziaria per sostenere l’economia. E’ vero che i margini sono stretti: i dati del fabbisogno statale di ottobre segnalano un peggioramento di ben 14,5 miliardi di euro rispetto al 2007. Ma che l’orizzonte dei conti pubblici fosse fosco era abbastanza chiaro già da metà settembre. Però non è che il leader dell’opposizione brilli per proposte sensate. L’idea di detassare una tantum le tredicesime è una sciocchezza per molte ragioni, soprattutto perché misure percepite come transitorie hanno effetti limitati sulla domanda delle famiglie.
di Carlo Cipiciani (Comicomix)



























































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