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Europa e rischio deflazione..
Jean Claude Trichet, il presidente della BCE ha voluto rassicurare tutti: per lui, non ci sono rischi di deflazione. Forse gli serve un paio di occhiali, o forse non dice tutto quello che pensa..
La BCE ha comunque abbassato i tassi d’interesse con meno timidezza del solito. Ma nella conferenza stampa il suo presidente ha tranquillizzato i governi, i cittadini i media e i mercati. Jean Claude Trichet ha negato che si siano segnali di deflazione, ed ha usato un termine soft: disinflazione. Fenomeno che lui valuta positivamente perché ridurrebbe i rischi sui prezzi al consumo nei Paesi industrializzati, grazie al rallentamento delle quotazioni del petrolio e delle materie prime, e potrebbe essere di stimolo alla ripresa della domanda internazionale. Trichet puntualizza che invece la deflazione si avrebbe solo in presenza di una spirale negativa dei prezzi e soprattutto di aspettative di ulteriore discesa degli stessi. Segnali che lui e i banchieri centrali al momento non vedono.
LA DEFLAZIONE – La deflazione, di cui si è già detto più volte, è una bruttissima bestia, pericolosa perché porta alla trappola della liquidità: La gente preferisce tesaurizzare, cioè non immettere nel circuito economico (sotto forma di consumi, o investimenti, ma anche in impieghi “finanziari”) il denaro. E questo succede anche in presenza di tassi d’interesse molto bassi. E siccome i tassi interbancari nominali a breve non possono diventare negativi, la politica monetaria (quella che dovrebbe fare Trichet) diventa inefficace. E la flessione dei prezzi riflette un costo reale del capitale alto, un aumento dell’entità reale del debito nominale che a loro volta causano una riduzione dei consumi e degli investimenti, generando un circolo vizioso nel quale i redditi e l’occupazione si contraggono sempre di più, aggravando la caduta della domanda e dei prezzi.
LA CRISI MERCATI FINANZIARI – Jean Claude Trichet ha fatto dichiarazioni da gran simpaticone, quasi da impagabile personaggio della commedia dell’arte. Ma da lui dipende la politica monetaria europea. E le sue dichiarazioni servono, ovviamente, anche a “tranquillizzare” i mercati. Chissà se crede davvero a quello che dice oppure no. Chissa se lui e i suoi amici banchieri centrali non abbiano bisogno di un paio di ottimi occhiali. Vediamo: nel 2008 sono falliti importanti istituti finanziari, altri sono sopravvissuti solo grazie a enormi piani di salvataggio. I mercati azionari hanno perso di più del 50%, gli spread sui tassi d’interesse sono saliti alle stelle. E’ emersa una grave crisi della liquidità e del credito e molti paesi emergenti si sono rivolti al FMI chiedendo aiuto. Gli USA stanno vivendo una recessione profonda che durerà almenoper 24 mesi oltre la fine del 2009 e che sta già coinvolgendo e interesserà sempre più l’Eurozona, la Gran Bretagna, il Giappone e le altre economie avanzate.
RECESSIONE E DEPRESSIONE – Il rischio di un crollo verticale dell’economia globale è stato forse ridotto dalle misure prese dal G7 e da altre economie per sostenere i propri sistemi finanziari, ma il sistema presenta ancora molte vulnerabilità. Esempi non mancano: la General Motors ha grossi problemi, la Mercedes ha chiuso per un mese gli stabilimenti e (guardando in casa nostra) la Fiat ha deciso di fare altrettanto. Le notizie macroeconomiche sono poco incoraggianti, con la massa dei disoccupati che s’ingrossa negli USA e in Europa. Le relazioni su profitti e utili stimano peggioramenti dappertutto, e questo rischia di aggravare la spinta al ribasso delle quotazioni degli investimenti più rischiosi. Siamo in presenza dello sgonfiarsi violento della più grande bolla del patrimonio e del credito mai vista. E varie istituzioni (Fmi, Ocse, Banca dei regolamenti internazionali) stimano il valore dei prodotti derivati in circolazione da 12 a 20 volte il Pil mondiale. E almeno la metà di questi sono over the counter, cioè trattati in mercati non regolamentati (quindi poco o nulla controllabili). Gli hedge fund e di altri istituti di investimento che operano con una leva alta di rischiosità dovranno vendere le attività finanziarie in mercati a corto di liquidità e in sofferenza: vendite che a loro volta determineranno una ulteriore caduta dei prezzi e altri fallimenti di istituti finanziari: E’ molto probabile quindi che proseguirà a lungo il processo di reintegro dei depositi richiesti per i margini di garanzia. Quindi la stretta creditizia si acuirà.
IL RISCHIO C’E’ E TRICHET LO VEDE – Se questo non è rischio di deflazione, cos’altro serve? Il fallimento di un grande paese a economia avanzata, ad esempio l’Italia, come ha paventato non un cretino qualsiasi, ma il ministro del welfare Sacconi? Certo, tranquillizzare i mercati fa parte del mestiere di un banchiere centrale, ma ad esagerare si rischia di essere poco credibili, o di sembrare distratti. E probabilmente Jean Claude Trichet non è così distratto come vuol farci credere. O forse non ascolta le sue stesse parole. Infatti se si rileggono le sue dichiarazioni, il presidente della BCE, poco dopo la rassicurante frase contro il rischio deflazione, parla apertamente di previsioni di inflazione nell’eurozona attorno all’1-1,5% nel 2009 (rispetto al 3,2-3,4% di quest’anno) e di un’ ulteriore discesa nel 2010. E non esclude a breve ulteriori interventi della BCE sui tassi. Quindi, se non abbiamo capito male la dichiarazione in inglese, Trichet vede un forte calo dei prezzi, che si avvicinano pericolosamente allo zero e con aspettative di ulteriore riduzione. I beg your pardon, Mr Trichet…Ma non aveva detto, dieci righe fa, che non vedeva segnali di deflazione?
di Carlo Cipiciani (Comicomix)
Tratto da http://www.giornalettismo.com/
Banche ed economia, l’inevitabile declino Usa?
Sono circa vent’anni che la banca centrale americana riesce, con notevole efficacia, ad allontanare lo spettro della recessione. Ma qualcosa ultimamente sembra inceppato in questo meraviglioso (e un po’ “demagogico“) meccanismo.

Fed ha avuto nel tempo notevoli meriti, intervenendo massicciamente ad ogni rallentamento e ad ogni crisi, nel 1987 come nel 1990, nel 2000 come nel 2007, ha impedito alle forze di mercato di dire la loro sull’economia, tenendo quella a stelle e strisce in un limbo di bassi rischi, bassa inflazione ed alta crescita, grazie alla fortunosa coincidenza di nuovi mercati, nuove tecnologie, e risparmi esteri.
MA QUALE OTTIMISMO… – Negli ultimi dieci anni qualcosa si è perso: la crescita c’è stata, almeno sulla carta, ma senza l’innovazione tecnologica che sorreggeva il boom negli anni ’90 si è potuta fondare soltanto sul debito, sul consumo e sul rischio. Il non aver voluto che il mercato trovasse il suo equilibrio non ha beneficiato la crescita reale e sostenibile, ma soltanto una crescita finanziaria sconnessa dalla realtà economica sottostante. Ormai sono quasi due anni che il mondo è in crisi finanziaria, e le stime più ottimistiche dicono che se ne uscirà alla fine del 2009, quando non in pieno 2010 (senza un’analisi dettagliata non m’azzarderei a fare una previsione, ma direi che l’ottimismo è fuori luogo). Le aziende si erano indebitate troppo, le banche avevano un eccesso di debiti a breve termine, i consumatori trainavano l’economia indebitandosi, pensando che redditi e occupazione sarebbero rimasti favorevoli in eterno e che potevano consumare la parte di reddito derivante dalla sopravvalutazione speculativa del valore dei loro immobili o delle loro azioni.
QUALCOSA SI È INCEPPATO – Lo stimolo fiscale di inizio 2008 non ha avuto effetto; le banche hanno continuato a soffrire, nonostante massicci aiuti di Stato (non sia mai che paghino ciò che devono! La responsabilità non è di casa nel mondo della politica monetaria); l’economia reale comincia, già da alcuni mesi, a soffrire; le politiche monetarie sono ormai quasi inefficaci, e soltanto miste agli innumerevoli interventi a favore delle banche hanno sortito qualche debole effetto (tanto pagano gli altri); i mercati azionari sono indecisi se tornare ai fondamentali economici o ad obbedire ai diktat delle autorità politiche, che li vorrebbero sempre su, a qualsiasi costo (non sia mai che gli americani si accorgano che i loro piani pensionistici non hanno alcun valore, sarebbe un vero problema sociale: la verità è rivoluzionaria, o perlomeno rivoltosa).
Ma Bernanke (Ben Shalom Bernanke – Augusta, 13 dicembre 1953 -economista statunitense, attuale Presidente del Comitato dei Governatori della Federal Reserve) non si farà spaventare dalla realtà, né permetterà al mercato di trovare un equilibrio stabile: meglio eliminare quel (poco) che rimane del “rule of law” – la ormai mitologica supremazia della legge sull’arbitrio dei singoli funzionari – per cercare il tutto e per tutto. Come un “martingale game”: prima o poi si vince, perché un miracolo accade sempre – pur se raramente – tanto vale quindi (costringere tutti ad) accollarsi un rischio infinito, pur di non ammettere che vent’anni di interventismo monetario da parte della Federal Reserve sono stati un disastro.
DISPERAZIONE
- Se le banche non vogliono prestare perché sono mal ridotte, perché non bypassarle prestando direttamente alle aziende, come fecero in Germania negli anni 30 con i MeFo? Se non basta monetizzare i titoli di stato, perché non monetizzare qualsiasi cosa? Se il mercato monetario rischia di tornare ai fondamentali, perché non drogarlo direttamente? Se le agenzie semipubbliche che hanno distorto per anni i mercati immobiliari, garantendo metà dei mutui esistenti hanno problemi, perché non aiutarle a fare ulteriori danni? Ma se l’ampia collezione di sigle (trovata qui) indicanti la disperazione e la voglia di provare ogni cosa pur di sbarcare il lunario non è (finora) bastata, cosa rimane da fare? Per stimolare gli investimenti e far ripartire l’economia occorre aumentare la quantità di risorse in mano alle aziende per continuare i piani di investimento presenti e cominciarne di nuovi; occorre migliorare la posizione finanziaria di aziende e banche in modo da renderle più robuste e quindi più attive; occorre creare moral hazard in modo da impedire che la percezione del rischio possa ridurre le attività di investimento; è necessario diminuire i consumi, in modo dare evitare di affamare gli investimenti che – anche se ogni tanto sembra che alla Fed pensino il contrario – non si nutrono di moneta, ma di risorse economiche reali (i muri si producono con i mattoni, non con il credito). Mal che vada, è possibile creare inflazione dei prezzi per aumentare i rendimenti reali, magari al rischio di creare un’iperinflazione in stile Weimar.
di Pietro Di Giorgio (Libertyfirst)
Tratto da: http://www.giornalettismo.com/
Italia, Europa, Stati Uniti in Crisi. Cosa succede??
Italia: l’abisso oltre la crisi
La recessione non è più un pericolo. Ora il pericolo è la deflazione. Nessuno si muove, se non con palliativi o misure che serviranno a poco o a nulla. Allora, meglio fare delle riforme strutturali e far ripartire il paese.
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Italia, Europa e Stati Uniti, a rischio deflazione. |
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Che la recessione fosse all’orizzonte non era un mistero già da quest’estate, prima che scoppiasse definitivamente la crisi dei mercati finanziari. Ma ora c’è un rischio ben peggiore all’orizzonte. Quello della deflazione. La deflazione è peggiore dalla recessione. La recessione è una fisiologica caduta di produzione e consumi all’interno del ciclo economico. La deflazione è invece un distruttivo circolo vizioso, che parte da una caduta dei prezzi dei beni capitali (patrimoni, case, titoli) e delle materie prime. La deflazione ha effetti micidiali sul credito e sui consumi, perché tutti preferiscono tenere liquidità anziché acquistare titoli che si svalutano o beni di consumo che si prevede si ridurranno di prezzo. Ma così nessuno presta più denaro, le merci non si vendono, non si fanno investimenti e l’occupazione crolla.
SEGNALI DI DEFLAZIONE
I segnali di deflazione in Italia non mancano. L’Unione europea prevede scenari molto negativi per l’Italia. Il mercato delle auto è crollato, con i suoi inevitabili effetti a cascata su molti settori dell’economia. L’indicatore della Confcommercio sugli acquisti di beni e servizi (Icc) registra una flessione nei primi 9 mesi del 2008 dell’1,9%, con cali generalizzati in tutti i settori economici e il presidente Carlo Sangalli chiede a gran voce riduzioni della pressione fiscale. Le richieste di cassa integrazione crescono in modo esponenziale e tutte le previsioni dicono che, dopo 10 anni di progressi, tornerà a crescere la disoccupazione, soprattutto per effetto delle espulsioni delle categorie deboli (precari e donne in primis). La linea della povertà continua a crescere, anno dopo anno, secondo le elaborazioni dell’istat, penalizzando le famiglie più giovani e il sud. E la politica, che fa?
COSA DICONO I POLITICI ITALIANI
Il nostro ministro dell’Economia si diletta a regolare i conti con il sistema bancario assieme ai furbetti del core tier 1, ma stando a quello che dice, non ha alcuna intenzione di rivedere la Finanziaria per sostenere l’economia. E’ vero che i margini sono stretti: i dati del fabbisogno statale di ottobre segnalano un peggioramento di ben 14,5 miliardi di euro rispetto al 2007. Ma che l’orizzonte dei conti pubblici fosse fosco era abbastanza chiaro già da metà settembre. Però non è che il leader dell’opposizione brilli per proposte sensate. L’idea di detassare una tantum le tredicesime è una sciocchezza per molte ragioni, soprattutto perché misure percepite come transitorie hanno effetti limitati sulla domanda delle famiglie.
di Carlo Cipiciani (Comicomix)






















































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